Campagna Pathfinder

Omirvan

La notte volgeva al termine.
Non era facile rendersene conto là dove lo Squarcio aveva sventrato anche la parete del cielo e le stelle sanguinavano fioche infinitamente lontano, ma i Kel’iman ci riuscivano istintivamente.
Lithud aveva conferito con Artemis tutto quel tempo, come parte del suo addestramento.
Avevano trovato un luogo appartato sopra un crinale, tra le macerie di un’abitazione, e lì avevano avevano praticato l’arte magica per ore.
Alla fine la ragazza era crollata a terra per la stanchezza.
“Migliori a vista d’occhio”, sentenziò il maestro mentre si sedeva.
“Ma ricorda che la tua grandezza si misurerà non nella capacità di controllare, ma di liberare quello che hai appreso”.
Artemis annuì, ansante, e chinò il capo.
“Non credo di avertene mai parlato, ma…prima che lo Squarcio si spandesse con questa rapidità, quando ancora ero giovane, era tradizione portare i nuovi stregoni della tua età tra le rovine di
Omirvan”.
La ragazza ebbe un sussulto. Aveva sentito solo delle vecchie storie su quel posto e il maestro aveva sempre evitato l’argomento.
“Ne hai sentito parlare, vero?”, le sorrise. “In effetti la nostra gente ha sempre avuto una riverenza sacra per quel luogo. Ne confabulava anche ai miei tempi, come fosse un segreto. Devi sapere che neppure gli esploratori si spingevano oltre le sue mura : era appannaggio di chi aveva la forza della magia nel sangue attraversarne i cancelli, e farsi carico di quello che vedeva. Oggi è una meta irraggiungibile. Lo Squarcio si spande più in fretta, e spingersi più ad Ovest equivarrebbe a morte certa”.
Artemis era ora divorata dalla curiosità.
“Perché Omirvan?”, chiese.
“Per ammonire i nuovi stregoni, io credo. Ricordargli il nostro senso nel mondo”.
Lithud fece una pausa, congiungendo le mani.
Respirò l’aria fredda della notte, crucciato, e prese a parlare.
“Avvicinandosi alla città l’orizzonte scompariva; il sole, il cielo e le stelle si fondevano in una luce cremisi e soffusa alle estremità della terra.
Le storie che mi raccontarono allora parlavano di un grandissimo mago vissuto nella città : avrebbe lanciato un incantesimo di immenso potere nel tentativo di salvarla dalla devastazione”.
Artemis sapeva bene come finivano questo genere di storie.
“Le sue conoscenze dovevano essere errate, o la sua magia non sufficientemente potente. L’effetto fu molto diverso da quello che sperava di raggiungere.
La città avrebbe dovuto essere divorata dallo Squarcio, ma non lo fu.
Restò come intrappolata in un crepuscolo tra i piani, rossa come l’orizzonte che la destava”.
“..destava?”
“Sì. Varcare alla mattina la soglia della città era uno spettacolo straordinario.
Gli archi, i palazzi, i grandi canali azzurri che ne tagliavano i viali, stoffe e ceramiche sui tavoli, tutto era intatto. E…le persone, Artemis.
Immobili, immobili come statue, ma erano là, indistinguibili da quelle reali.
I miei maestri mi dicevano di non toccare quelle figure, o di non tentare di destarle : dicevano che erano solo una proiezione confusa che lo Squarcio gettava sul nostro mondo, come il nostro sul suo.
E’ impossibile dire quello che provai tra le mura di quella città.
Piansi, lo ricordo bene, piansi a lungo : solo quel giorno realizzai cosa avevamo perso.
La vita, la gioia, la pace.
Capii che quelle che provavamo noi erano solo ombre strappate alla tenebra.
Camminammo in una sorta di stupore ammaliato per ore.
Ci spostavamo sotto le grandi torri dalle cupole dorate, tra i portici ombrosi e i drappi scostati dal vento quando Omirvan cominciò a sprofondare nella luce cremisi.
All’inizio della giornata era stato solo un bagliore sull’orizzonte, ma con il passare delle ore esso diventava più e più forte, riflettendosi nelle fontane e sui volti di uomini e donne.
Insieme al giorno la città riviveva le sue ultime ore, in un ciclo impossibile da spezzare.
Gli astri erano morti, al loro posto la luce tetra dello Squarcio.
Le figure cominciavano a mutarsi, il silenzio spettrale veniva rotto da un fragore basso e terrificante, remoto.
Tutto cambiava in maniera impercettibile : non appena i miei occhi ritornavano su un punto ecco che esso era divenuto irriconoscibile.
Le sagome si affastellavano per strada, spesso l’una sull’altra, disperate nella fuga; ai lampi cremisi sulla strada iniziava a mescolarsi il sangue, le fontane si disseccavano, creature dello Squarcio popolavano la città dilaniando carne e pietra.
Fu….terribile, e veloce. Con le ore la città cambiava aspetto, precipitando nel tormento e nella disperazione : una visione sfigurata fino ad essere irriconoscibile.
Durò a lungo, ma si arrestò. All’avvicinarsi della notte anche le ombre si placarono, in attesa di una nuova alba.
Noi restammo in meditazione tutto quel tempo, devastati nel corpo e provati dalle energie magiche che pervadevano la città.
Vagammo poco per Omirvan da quel momento, e per un motivo.
Gli uomini, vivi o morti, avevano cominciato a fissarci. I miei maestri dicevano che uno dei miei predecessori aveva perso la sanità tra quelle mura, che stavo vivendo una prova. Dalle finestre, dalle porte spezzate, dagli usci, dalle strade vedevamo balenare gli occhi sbarrati, terrorizzati, enigmatici di un popolo che precipitava nell’abisso e che ci guardava come estranei, a interrogarci.
Ultimi bagliori prima che le tenebre confondessero ogni sagoma e ogni corpo, predatori e prede.
Non credo che in quei corpi fosse più coscienza, ma la sola possibilità mi fa sanguinare il cuore…”, scosse il capo.
Artemis era confusa e, turbata. Non capiva cosa ci fosse da imparare.
“Perché Lithud? Quale era il senso di tutto questo?”
Il maestro si era fatto di nuovo meditabondo.
“Io ne ricavai tre insegnamenti, Artemis.
Il primo è che i nostri antenati conoscevano la magia che li avrebbe distrutti.
Il secondo è che la nostra mente è affascinata in maniera terribile dalle forme d’ombra generate dallo Squarcio.
La terza, e la più importante, è che la devastazione che ci circonda non è il nostro passato più di quanto non sia il nostro futuro”.

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castellani_alessandro

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