Campagna Pathfinder

Tinuìl - L'inverno sta arrivando

L’accampamento era finalmente pronto. Marwen aveva osservato attentamente lo svolgere della preparazione dal centro della radura, seduto a gambe incrociate vicino a dove sarebbe stato acceso presto il fuoco, fumando dalla sua lunga pipa. “Vieni qua, Tinuìl” chiamò l’elfo.
Senza farselo ripetere una seconda volta, il giovane accorse al cospetto dell’altro elfo e si sedette di fronte a lui. Marwen era l’ultimo della sua generazione a non aver abbandonato la spedizione e amava ripetere che non sarebbe mai andato a Nord, l’ultimo posto dove si sarebbe recato era dove si sarebbe trovato quando le gambe avessero smesso di funzionare.
Marwen, superati i 3000 anni, sembrava ancora lontano da quel giorno. Non erano rimasti molti elfi in grado di raggiungere quell’età da quando si erano aperti gli Squarci ma Marwen non dimostrava che qualche centinaio di anni in più di fronte a Tinuìl nonostante ne avesse cinquanta volte quanti ne avesse il giovane elfo. I lunghi capelli castani arrivavano ad accasciarsi sul terreno e gli occhi scrutavano le chiome diradate degli alberi che delimitavano il loro accampamento.
“Presto sarà inverno. Gli alberi sussurrano, pare sarà l’inverno più duro degli ultimi 200 anni. Forse è arrivato il momento di chiedere ospitalità agli umani. So che non hai ancora avuto l’occasione di vivere tra loro ma non temere. Conoscere le altre razze fa parte del conoscere il mondo allo stesso modo di esplorarne ogni meandro.”
Marwen incrociò lo sguardo di Tinuìl, senza riuscire a capire se l’animo del giovane era pervaso da paura, diffidenza o interesse. Nasconde troppo le sue emozioni. Troppo giovane, troppo indeciso e combattuto sui più piccoli problemi.
“Tinuìl, la natura parla e così noi ascoltiamo. Così sappiamo quando sta per arrivare un duro inverno o quando un forte temporale. Se la natura nascondesse le sue intenzioni, come possiamo prepararci a ciò che verrà?”
“Stando sempre pronti ad affrontare ogni imprevisto, maestro?” rispose il giovane.
“Se così facessimo, sarebbe impossibile vivere. Vivremmo nel terrore dell’inaspettato. L’unica cosa peggiore sarebbe se la natura ci mentisse, facendoci aspettare pioggia e portandoci siccità. Impara a comunicare e il mondo comunicherà con te, perché ogni organismo di questo mondo fa parte della stessa simbiosi.”
“Farò tesoro di ogni suo insegnamento, maestro” disse Tinuìl alzandosi e congedandosi con un inchino.
Impara a parlare e ad ascoltare mio giovane amico, prima che il mondo ti travolga.

Era fatta. Arrotolando la pergamena, Finae si alzò dalla roccia in cima alla collina per portare la mappa a Marwen perché valutasse il suo lavoro quando dal nulla ecco sbucare una figura che le saltava addosso. Sobbalzando, Finae gettò un grido.
Gli elfi alla base della collina volsero gli sguardi verso Finae per vederla era impegnata a colpire con i pugni la schiena di Tinuìl che se la rideva a crepapelle. Senza troppa sorpresa, tornarono ai loro doveri.
Stupido cretino, si comporta come se ancora non fosse che un bambino e non ci fossimo mai uniti alla spedizione! Giuro che è l’ultima volta che te la faccio passare liscia!
“Dopo cinque anni di viaggi nella natura selvaggia, ancora ti fai cogliere impreparata!” disse con un ghigno Tinuìl.
“Se preferisci, la prossima volta sarò pronta. Ma non lamentarti se poi dovrai farti estrarre un pugnale dal costato!” rispose stizzita Finae.
“Sempre che tu riesca a colpire me invece che tu stessa…” replicò l’altro.
Finae sentì le guance bollire. Sono una mappatrice, non una guerriera! Chiunque può brandire un’arma ma non tutti sono in grado di diventare abili mappatori come maestro Colfen e tutti dicono che ho il talento per superare anche lui! Ciò non toglieva che chiunque era in grado di usare un’arma tranne lei. Per qualche motivo, ogni volta che partecipava ad un addestramento finiva per ferire qualcuno o fare pessime figure, al punto che solo gli addestratori ormai le si avvicinavano durante gli allenamenti e solo per rispetto del dovere.
Serrando le labbra lanciò un’occhiataccia a Tinuìl. Esile e slanciato, il giovane indossava uno dei completi mimetici da scout, e i mossi capelli rossicci non facevano che aiutarlo nel nascondersi nella foresta autunnale. Anche se avesse saputo che stava per balzarle addosso, probabilmente sarebbe stato comunque difficile notarlo.
“Non dovresti essere di guardia?” sbottò Finae.
“Sono appena tornato e ho pensato di passare a farti un saluto. Avessi saputo che eri di pessimo umore, sarei andato a salutare Anuan.”
Anuan, quella spocchiosa. Solo perché faceva parte della spedizione da qualche anno in più di loro, trattava Finae con condiscendenza dandole sempre consigli su come mappare questo e come mappare quest’altro. Potrei mappare quello che mappa lei in un terzo del tempo e con il doppio dei dettagli. Tutti lo sanno ma sono troppo impegnati a farle la corte per farglielo notare.
“Mhh, ottimo lavoro anche quest’oggi direi!” esclamò Tinuìl
Tornata alla realtà, Finae si accorse che il giovane gli aveva strappato di mano la cartina. Lanciandosi contro di lui cercò di allungare le braccia per riprendersela ma piroettando su se stesso Tinuìl le fece spostare il baricentro e la mandò a terra.
“Tutto a posto Finny?” la schernì allungandole la mano per aiutarla ad alzarsi.
Rifiutandola, Finae si accovacciò e saltò addosso a Tinuìl, sbilanciandolo e finendo per far cadere entrambi in un groviglio di membra che iniziò a rotolare come una valanga giù per il dolce pendio della collina.
Finae non capì più nulla, con il mondo che roteava e loro che rimbalzavano contro i piccoli alberi o sfondavano gli arbusti che crescevano sull’altura. Quando finalmente il mondo si era fermato, Tinuìl era piegato in due dal ridere ma finalmente aveva mollato la presa sulla mappa.
Rialzandosi Finae si scrollò di dosso foglie e rametti lanciando fulminanti occhiate verso il giovane e con un irritato “Sei un bambino ed un idiota, Tinuìl Narwa! [Narwa = testarossa]” si riprese la mappa e incamminò verso la tenda di Marwen.

Presto sarebbero giunti alla città di [I wish I knew some city names]. L’autunno era ormai giunto alla sua fine e la tinta bianca che copriva le montagne aveva ormai coperto la cima delle vicine colline.
La pioggia battente che aveva iniziato a scendere poco prima che sorgesse il sole, aveva già impregnato i suoi vestiti infradiciandolo fino al midollo oscurava l’orizzonte in ogni direzione, seppur Tinuìl sapesse dalle vecchie mappe cosa lo circondava. Il bosco che avevano percorso scendendo da nord si protendeva ancora un po’ verso ovest e sud per poi dare spazio a vaste pianure mentre ad est sapeva che grosse vette aguzze tagliavano l’orizzonte.
Rabbrividendo, Tinuìl sapeva che dovevano sbrigarsi o la pioggia sarebbe diventata neve e non avevano abbastanza provviste per sopravvivere l’ulteriore durata del viaggio che un terreno innevato sarebbe costato. Un paio di giorni e sarebbero arrivati. Uno di più al massimo. Secondo Marwen perlomeno.
La città di [inserire ancora nome] era una buona tappa per fermarsi l’inverno poiché avrebbero comunque potuto mandare spedizioni a controllare lo Squarcio a qualche decina di chilometri da essa, appena l’inverno avrebbe mostrato clemenza.
Le orecchie di Tinuìl percepirono un rumore sordo in lontananza, senza che però riuscisse a capirne la direzione. Sembrava provenire da ogni parte e da nessuna. Se iniziano anche a cadere fulmini, sarà meglio stare lontani dalla cima degli alberi, pensò preparandosi a scendere. Ma l’ultimo sguardo che Tinuìl lanciò verso l’orizzonte lo trattenne.
Nonostante la maglia fosse appiccicata alla sua schiena dalla pioggia, Tinuìl riusciva a percepire il sudore scendergli in gocce ancora più fredde. Osservando ancora verso ovest e sud, le nubi sembravano in distanza essersi diradate nonostante sembrasse che piovesse così forte da essere buio.
“Tinuìl, non partire…”
La voce di sua madre echeggiava nella sua testa.
Fare parte della spedizione dei mappatori era il suo sogno da sempre così come lo era per molti altri elfi del suo villaggio e di altri. Prima o poi tutti si ritiravano a Nord, al sicuro, ma Tinuìl era cresciuto con le storie delle gesta di Gaendrin Lungopasso e Vuidas Lama del Fulmine, i due elfi che si ribellarono ai loro padri e abbandonarono il Nord per affrontare i mostri dello Squarcio invece che nascondersi da loro, di come Yuris l’Intrepida aveva creato la prima spedizione di mappatori per tenere traccia dei luoghi dove si erano aperti Squarci e di Qarras l’Ardito, che aveva guidato un esercito di centinaia di elfi oltre lo Squarcio per distruggere il mondo delle creature e non aveva mai fatto ritorno.
In cinque anni di viaggio, Tinuìl e la spedizione avevano potuto osservare altre tre volte l’espansione dello Squarcio ma non poteva dimenticare ciò che aveva visto ad Highrock. Nel giro di una notte lo Squarcio aveva percorso chilometri ricoprendo il cielo sopra l’altopiano e la fortezza, iniziando a vomitare liquami neri. A decine e decine di chilometri era possibile vedere la pioggia di pece cadere sulla città e su ciò che la circondava e dalla pece sorgeva come formiche dalla tana una quantità innumerabile di nere creature che si spargevano per le terre circostanti e il vento portava con sé un profondo rombo. Tinuìl aveva ancora incubi quando ripensava a quel giorno.
Oltre le nubi, il cielo era nero come il catrame che riversava nel mondo, oscurità interrotta solo da striature cremisi e scarlatte che assomigliavano ad una macabra aurora. Lentamente il terreno sotto di esso veniva completamente ricoperto dalla sostanza fino a che non esisteva più un orizzonte, solo una finestra affacciata sull’oscurità.
Un boato percosse la terra e l’oscurità iniziò a ribollire. Un altro boato e il ribollio si fece ancora più forte fino a che enormi bolle iniziarono a scoppiare, lasciando al loro posto figure di diverse forme indefinite. Figure che iniziarono a marciare fuori da ciò che ormai era corrotto verso di Tinuìl e gli altri.
Voci gridavano vicino a lui e alle sue spalle, le voci degli altri membri della spedizione che organizzavano la fuga. Tinuìl sapeva che si sarebbe dovuto unire a loro ma il suo copro era paralizzato dal panico, lo sguardo fisso sulle bestie che si avvicinavano.
Ora era in grado di distinguerne alcune. Bestie quadrupedi, bestie striscianti, bestie con ogni numero di zampe possibile e con corpi dalle forme più disparate, tutte che rilucevano nere e rosse nella pioggia.
Alcune erano già vicine al limitare della foresta quando il suo corpo decise di sbloccarsi ma non come Tinuìl voleva. Maldestramente il giovane cercò di scendere l’albero finendo per perdere l’equilibrio e ritrovandosi con solo i rami ad attutire la caduta fino al terreno fangoso.
Completamente dolorante, si alzò in piedi scrollandosi di dosso parte della melma che lo ricopriva e si guardò attorno. Erano tutti spariti. Era colpa sua, lo sapeva. Non potevano rischiare tutta la spedizione per una persona troppo lenta a fuggire.
Devo correre, fu l’unico pensiero che pervadeva la sua mente e le obbedì. Puntando verso nord, dove gli altri probabilmente aveva tentato di fuggire, iniziò a percorrere il bosco più rapidamente possibile.
Lo Squarcio ha praticamente divorato anche le zone che abbiamo battuto ieri… Non possono non essersene accorti, stanno correndo in bocca alle bestie!
Distrarsi fu una pessima scelta. Una creatura quadrupede simile ad un centauro ma con chele simili a quelle di uno scorpione al posto delle braccia e la testa da serpente lo caricò dal fianco, spedendolo contro un albero.
Tinuìl provò a rialzarsi ma la sua gamba destra non sembrava in grado di sostenere alcun peso e protestava ad ogni suo tentativo di stare in piedi mandandogli atroci fitte di dolore attraverso tutto il corpo. Provò una seconda ed una terza volta mentre la bestia lo osservava come un gatto osserva un topo ferito e che sa già non avere più scampo.
Il rumore di una corda che vibrava ed un sibilo. Sul petto della bestia apparve una freccia. Ed un’altra. Alla terza la bestia vacillò emettendo un ululato stridente.
Sibilo. Sibilo.
Quando la creatura crollò Tinuìl era ormai un puntaspilli.
“Tinuìl, stai bene?”
Un elfo dai corti capelli biondi lo raggiunse, arco alla mano e cercò di aiutarlo ad alzarsi.
“Grazie a te, Erainon. Ce ne sono infiniti altri da dove arrivava e credo di essermi slogato una caviglia. Devi correre ad avvisare gli altri, stanno fuggendo in direzione di altre bestie! Corri ad avvis…”
L’altro elfo teneva lo sguardo a terra e le nocche della mano che stringeva sempre più forte l’arco si sbiancarono.
“Erainon, corri ad avvisare gli altri!” ripeté Tinuìl, con voce tremante.
Erainon afferrò il braccio di Tinuìl, se lo passò sulle spalle e tirò in piedi il giovane elfo.
“Erainon, lasciami! Gli altri… Le bestie arrivano da ogni lato!”
“Non dalle colline. Sono la nostra unica speranza.” Replicò Erainon e iniziò a camminare verso est trascinandosi dietro Tinuìl.
Tinuìl cercò di insistere ma sembrava inutile. Zoppicando su una sola gamba cercava di tenere il passo di Erainon, faticando sempre di più quando il terreno iniziava a guadagnare pendenza. Camminarono per interminabili minuti, scheletri di alberi senza foglie che venivano sostituiti lentamente dalle prime conifere.
Gettando lo sguardo alle proprie spalle, il sangue si gelò nelle vene di Tinuìl. Una massa nera si muoveva come uno sciame di enormi formiche nel bosco. Marwen. Anuan. Finae! Dove diavolo siete?! Siete riusciti a scappare nelle colline?
“Sono andati.”
La voce di Erainon, che sembrava leggergli nel pensiero, colpì come una lama.
“Abbiamo provato a fuggire verso nord. Ero nelle retrovie. Li ho sentiti gridare. Gridare che le bestie erano davanti a loro, gridare di tornare indietro. Gridare di dolore. Sono scappato come un codardo. Faccio parte della spedizione e sono fuggito, lasciando gli altri a morire. Sono un codardo.”
Tinuìl volse lo sguardo verso l’elfo che guardava fisso il percorso avanti a loro. Lacrime li correvano sul volto.
“Ho visto la bestia prima di vedere te. Stavo per fuggire verso le colline da solo. Forse gli dei volevano concedermi una seconda occasione facendomi guardare nuovamente la bestia. Quando ti ho visto, mi sono sentito i piedi pesare come fossero di piombo. Non potevo fare nulla per gli altri ed è comunque imperdonabile sia scappato. Se ti avessi abbandonato, non mi sarei potuto considerare migliore di uno schifoso drow.”
Zoppicare richiedeva a Tinuìl la sua massima concentrazione rendendolo incapace di proferire parola. Non che avesse nulla in mente da dire. Sembrava di essere in un incubo, uno di quelli provocati dal pensare agli Squarci prima di addormentarsi. Se non fosse stato per la certezza che non si sarebbe svegliato.
“Cerca di andare verso le montagne” disse dopo un periodo di silenzio Erainon. Si erano fermati. “Io cercherò di distrarli. Saranno troppo impegnati a seguire me per cercarti tra le montagne. Prendi questo, ti aiuterà a sopportare il dolore, almeno per un po’.”
Tinuìl prese la piccola sfera che Erainon gli porgeva. Una miscela di erbe antidolorifiche e curative. Ancora scosso, posò lo sguardo sull’elfo, ricevendone in cambio uno che voleva essere rassicurante ma colmo di tristezza.
“Va’, Tinuìl. Va’ e mettiti in salvo. Oltre le montagne ci sono accampamenti umani. Avvisali dello Squarcio. Va’, ora, in fretta!”
Spinto da Erainon, Tinuìl mosse qualche passo.
Vieni Tinuìl Narwa. Vieni e sarai al sicuro.
Erainon continuava a guardarlo ma non aveva parlato. La voce proveniva dalle montagne.
Svelto, o sarà troppo tardi.
Confuso, Tinuìl ingerì la piccola sfera amara e il dolore sparì dal suo corpo. Con un ultimo sguardo all’altro elfo, iniziò a camminare verso le montagne.
Vieni da me.
Seguendo la voce, Tinuìl camminò senza sosta zoppicando leggermente. Quando si voltò nuovamente, ormai al limitare tra colline e montagne, Erainon era sparito ma le forme nere continuavano a sciamare alle sue spalle in ogni direzione, seppure in maggior concentrazione verso sud.
Presto Tinuìl dovette trovare un passo di montagna per procedere, rallentando ulteriormente. Devo proseguire. Se mi fermo sono morto. Ma a questo passo mi raggiungeranno comunque. Finae, mi dispiace.
Rischiando di scivolare e spezzarsi l’osso del collo cadendo lungo il pendio della montagna, accelerò il passo più che poté, tornando a quello precedente subito dopo.
Dannata neve, se non mi uccidono le bestie ci penserà lei. Come diavolo posso sperare di sopravvivere con questo freddo e senza cibo. Marwen, se solo avessi ascoltato. Stringendosi nel mantello, continuò a mettere un piede davanti all’altro.

La neve era rosa nella luce del tramonto quando Tinuìl vide la grotta. L’apertura era stretta ma grande abbastanza perché riuscisse ad infilarcisi dentro. L’interno era più spazioso, abbastanza per contenere più persone, e più caldo.
Con lo stomaco che gli si attorcigliava dalla fame, si raggomitolò a terra. Troverò domani qualcosa da mangiare. Se sarò ancora vivo.
Il sonno arrivò rapidamente.
Quando si svegliò il giorno dopo, la caviglia aveva ripreso a fargli male. Non mangio da un giorno e sono zoppo. La condizione migliore per andare a caccia. Senza dimenticare come diamine faccio a stanare qualche animale in letargo con questa neve. Figuriamoci riuscire a trovare legna per un fuoco.
Il leggero rumore di piccoli passi sulla neve lo fece voltare verso l’apertura della grotta. Una volpe bianca ricambiava il suo sguardo. Alle sue zampe una lepre.
Mangia.
Tinuìl esitò.
Muoviti a mangiare se non vuoi morire di fame.
Muovendosi lentamente, Tinuìl si avvicinò alla volpe che lo guardava immobile. Allungò con calma una mano verso la lepre e di scatto la portò a sé.
Un fuoco…
Mangia!
Tinuìl guardò la lepre, la volpe e nuovamente la lepre. Immagino che non abbia altra scelta. Estratto un pugnale, iniziò a scuoiare la lepre, sangue che cadeva sulla fredda pietra fumando. Mangiò. Lo stomaco troppo vuoto per rivoltarsi dal disgusto della carne cruda e del sangue che gli colava addosso, Tinuìl mangiò la lepre.

Il sole estivo faceva rilucere la neve che ricopriva permanentemente le montagne in una maniera che avrebbe abbagliato chiunque ma non Tinuìl. I suoi occhi ormai erano più che abituati al riflesso luminoso, allenati in duecento anni che era ormai rintanato in cima alle montagne.
Iniziava finalmente a comprendere veramente alcuni dei segreti della montagna. Ovviamente aveva richiesto il suo tempo, ma come Ninque gli aveva insegnato, la pazienza è l’unico mezzo per imparare.
Seguendo i suoi insegnamenti, Tinuìl stava nascosto dietro una grossa pietra, in attesa che la sua preda fosse indifesa. Muoviti, vai in cerca di cibo, signora mamma aquila.
Come obbedendo, il grosso rapace spiccò il volo lanciandosi nella quotidiana sessione di caccia mattutina. Tinuìl prese una palla di neve ed attese finché non si era sciolta. Ora è il momento, la signora mamma è abbastanza lontana dal nido. Sgattaiolando fuori dal suo nascondiglio, l’elfo si avvicinò al nido del rapace. Tre uova giacevano al suo interno. Direi che fino a stasera posso stare tranquillo.
Come se avesse attirato su di sé la malasorte, un grido echeggiò tra i picchi. Oh, oh. Sembra che mamma aquila si sia accorta di me, pensò Tinuìl afferrando rapidamente le uova e iniziando a correre verso la propria tana. Non che sperasse di avere qualche chance di battere un’aquila in velocità.
L’uccello fu presto sopra di lui, attaccandolo con artigli e becco mentre Tinuìl si difendeva con un solo braccio il volto. Oh e che diamine, lasciami in pace, dovrò mangiare pure io!
Con un tonfo, l’aquila cadde a terra congelata. Ninque me la farà pagare per aver usato la magia. Inutile provare a nasconderlo, tanto vale portargli il pennuto come dono di scuse.
Afferrando con la mano libera le zampe del rapace, Tinuìl si rimise in cammino fischiettando verso la grotta.

Tinuìl entrò nella grotta. La vecchia volpe raggomitolata all’estremità alzò la testa e afferrò la lepre che le veniva tesa.
Gettando lo sguardo verso l’esterno, Tinuìl si soffermò per l’ennesima volta a guardare le quattro figure congelate. Grosse statue di ghiaccio, alte più di due metri e ricoperte di neve, nascondevano quattro bestie. Quattro bestie che avevano raggiunto il suo nascondiglio quella notte ma che il gelo aveva fermato salvandogli la vita.
Tinuìl non aveva mai temuto particolarmente il freddo. La maggior parte degli elfi in fondo fuggiva a Nord, per vivere tra i ghiacciai. Non lo aveva mai temuto ma sempre rispettato, rispettato in quanto minaccia.
Ora, conosceva tutto dell’inverno. Conosceva tutto del gelo. Ora sapeva che erano pericoli maggiori per le bestie che per lui e aveva intenzione di utilizzarli per ricacciarle da dove erano venute o distruggerle una volta per tutte.
Ninque gli aveva insegnato ogni cosa su come sopravvivere ed usare il freddo a proprio vantaggio. Tinuìl aveva perso ormai il conto degli anni che aveva passato a vivere nelle montagne. Un elfo ed una volpe ultrasecolari. Aveva imparato tutto, ora doveva metterlo in opera.
Erano passati centinaia di anni dall’ultima volta che aveva parlato con un’altra persona. Il pensiero lo turbò un attimo. Sapeva di non essere più in grado di mentire, in fondo, quando vivi secoli con una creatura telepatica, è difficile nascondere la verità. Ma era giunto il momento di abbandonare le montagne e di mettere in atto il suo piano. Non avrebbe lasciato che qualche imbarazzo nel relazionarsi con altri potesse impedirgli di fermare lo Squarcio e le sue bestie.
Gettò un ultimo sguardo verso la vecchia volpe. Sembrava dormire. Una volpe più piccola stava divorando la lepre che aveva portato.
Addio amica mia. Grazie di tutto.
La piccola volpe si fermò a guardarlo con la testa piegata da un lato mentre Tinuìl usciva dalla grotta.
“Andiamo Hriive. Ci aspetta un lungo cammino.”

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YollotheDwarf

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