Campagna Pathfinder

Eris - Presagi nel vento

di Madda

Il freddo si era fatto pungente, negli ultimi giorni.
Così vicino alle pendici delle montagne, che si innalzavano come guardiani solenni e incombenti al loro cammino, il sole arrivava più tardi in mattinata e scompariva più presto nel pomeriggio; Eris non aveva mai visto altro che non distese sterminate di pianura, fino a qualche settimana prima, e ora non poteva che sentirsi soffocare dalla vicinanza così opprimente dell’orizzonte.
Lithud aveva deciso che si sarebbero fermati vicino al confine con la contea di Elksmire per accamparsi. Il vecchio Stregone non aveva detto niente, ma Eris sospettava che fosse perché sperava che Artemis li raggiungesse presto. Anche lei lo sperava, ma nello stesso tempo trovarsi così vicini a quelli che erano stati i loro carcerieri la metteva a disagio.
Il gelo le entrò nelle ossa, e lei rabbrividì: nonostante il cielo fosse sereno, il vento forte che spirava da est spazzava le montagne portando verso di loro dei residui di neve dalle vette, che imbiancavano l’erba e le tende.
Il vento sembrava anche portare un’aria di cattivi presagi: spirava un’aria di attesa e di magia da nord-est. Eris non poteva non temere per la sorte della Stregona e dei suoi strani compagni.
Asriel sbuffò di fianco a lei. Era stata una caccia ricca, quel giorno: tra lei ed il leopardo erano riusciti a catturare due cervi e qualche coniglio. Eris lasciava sempre che Asriel si nutrisse delle sue prede, spartendo il bottino equamente, ma nonostante questo tutta la carne che aveva trovato avrebbe riempito lo stomaco di tanti fratelli e sorelle.
«Eris!», una voce la chiamò dai confini dell’accampamento, e lei distolse l’attenzione dalle montagne. Gen, un uomo alto e robusto, che come lei era andato a procacciare del cibo quel pomeriggio, le stava facendo segno di avvicinarsi. «Lithud vuole parlarti, è nella tenda dei Popoli», aggiunse. Adocchiando il cervo sulle sue spalle, la sacca gonfia e il muso insanguinato di Asriel, sorrise: era un gigante buono, recentemente padre di un bambino magrolino e piagnucolone. «Complimenti, ottima caccia».
Eris lo ringraziò con un cenno del capo, e poi sospirò. Di solito se Lithud voleva parlare con lei allora c’erano guai in vista.
La tenda dei Popoli era una struttura un po’ più grande delle altre. La pelle di cervo copriva un’area grande quanto una piccola stanza, e un buco in mezzo al soffitto permetteva al fumo del fuoco di uscire senza soffocare nessuno. Poteva contenere cinque, sei persone al massimo; fino a qualche generazione prima la occupavano solo gli Stregoni per discutere del destino del Popolo. Ora che gli Stregoni erano solo due, di tanto in tanto anche gli anziani della tribù presiedevano alle discussioni.
In quel momento era vuota, salvo la figura curva e raggrinzita di Lithud: i tatuaggi neri e contorti si dipanavano sul petto nudo e smunto dello Stregone, disegnando figure oniriche, animali, piante. Scomparivano sotto la stoffa dei pantaloni, coprendo ogni angolo della pelle dello Stregone. Eris lo sapeva: non aveva visto Lithud nudo, per carità, ma si era spesso lavata con Artemis, e anche lei era coperta dagli stessi disegni.
«Eris, siediti», disse Lithud, quando la vide sulla soglia. La sua voce era roca e stanca. «Immagino che sai perché ti ho mandata a chiamare».
Eris sedette a gambe incrociate, Asriel quieto al suo fianco. «Ho un brutto presentimento, Maestro», ammise la ragazza. «Qualcosa si è messo in moto, qui. Percepisco più magia dello Squarcio da est che da ovest, e questa non è una cosa che ritengo normale».
Lithud annuì, lentamente. Faceva tutto lentamente, negli ultimi tempi, e la prigionia non lo aveva certo lasciato incolume: nuove rughe ne solcavano la fronte abbronzata.
«Artemis sta cercando di venire a capo della situazione. Quello che ho visto compiere dagli uomini di Elksmire non mi piace, Eris: temo che stiano giocando con qualcosa che non capiscono appieno». La mano ossuta sfiorò distrattamente il ciondolo che aveva al collo: era un vecchio amuleto con due serpenti intrecciati ad otto.
«Quindi cosa dovremmo fare?».
«Vegliare, bambina. Vegliare, ed essere pronti ad intervenire se Artemis avesse bisogno di noi». Così dicendo, mosse la mano: partendo dal polso, sull’avambraccio, seguendo il percorso delle vene, una piccola biscia nera gli correva fino alla spalla. Si mosse quando la sua mano si mosse, scivolando fuori dalla sua pelle e sul pavimento della tenda.
«Vai», sussurrò Lithud alla biscia. «Cerca Artemis, e veglia su di lei. Torna qui, se succede qualcosa». La biscia annuì, sibilò qualcosa che Eris non riuscì a comprendere, e si dileguò.
«Credete che sia abbastanza, Maestro?»
«Non lo so, Eris», sospirò Lithud. «Me lo auguro. Ora vai: aiuta tua madre a preparare la cena».
Eris annuì. Si alzò, si inchinò allo Stregone, e uscì dalla tenda. Non si accorse che, nelle ombre gettate dalle fiamme, i tre triangoli scolpiti in uno dei cerchi dell’amuleto stavano brillando debolmente.

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castellani_alessandro

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