Campagna Pathfinder

La cattedrale
di Daniele

I passi della guardia davanti a lei risuonavano sordi mentre scendevano lungo la stretta scala a chiocciola. Il rumore della folla giungeva ovattato, come un brusio lontano, attutito dalle spesse mura di pietra. Iniziava a fare freddo man mano che scendevano nel cuore della Cattedrale e la torcia impugnata dall’uomo per disperdere le tenebre era troppo lontana da lei affinché riuscisse a sentirne il calore. Ga’Jwe si strinse nel mantello, cercando di alzarlo da terra. Il ritmico strusciare sulla pietra e il conseguente tonfo del tessuto sul gradino successivo stava iniziando a infastidirla. Quanto era alta quella torre? 60 metri? 70? Salendo in volo non ci aveva fatto particolarmente caso ma ora la discesa sembrava non terminare più e il fatto di non sapere esattamente cosa avrebbe trovato alla fine della scala non aiutava certo a tranquillizzarla. Si accorse di avere ancora strette nel pugno destro le carte della Vecchia Quercia. Un plico di lettere e appunti sottratti giusto qualche ora prima e che Emeloth stessa aveva a malapena degnato di uno sguardo. Al ricordo della reazione della Lady, un moto di rabbia l’attraversò. ‘Ho rischiato di morire due volte nel tentativo di salvare questa dannata città da quando siamo arrivati ieri, due volte!’ pensò, serrando il pugno attorno alle carte rubate. ‘Sarebbe dovuto venire Zirael a parlare con la sua dannata Lady, cosa ne so io di come ci si rivolge ad una nobildonna? Solo perché sei nata dalla madre giusta, nessun merito o capacità, solo il sangue…” La ferita al ventre pulsava ancora e il ricordo del dolore provocato dall’ustione di quelle maledette saette magiche continuava a tormentarla. Con la mano sinistra si accarezzò la cicatrice, come per accertarsi che stesse guarendo senza complicazioni. La ferita si era ormai rimarginata e uno strato di pelle nuova si era formata là dove lo scontro con gli Elementali di Carahlad aveva lasciato carne bruciata e ustioni magiche. Tuttavia i segni dell’ustione permanevano e ci sarebbe voluto parecchio tempo e diverso dispendio di magia rigenerativa per far tornare il suo ventre liscio come prima. ‘E tutto questo per cosa? Per una ragazzina stizzita, incapace di vedere oltre il proprio dolore?’ Quell’ultimo pensiero la turbò come mai si sarebbe aspettata. Fu quasi un lampo nella sua mente, sufficiente però a scatenarle il senso di colpa. Anche lei aveva perso suo padre, anni prima, proprio come Lady Emeloth. Non il suo vero padre, quello biologico, lui non sapeva ne chi fosse ne da dove venisse, ma Leendur, quello adottivo, il suo vero padre, che la raccolse abbandonata in fasce in un’antica foresta e la crebbe fino a farla diventare una Druida. Avrebbe dovuto comprendere il dolore della Lady, un dolore che anch’essa aveva provato. Con la differenza che ora Emeloth era in cima a quella torre, contesa tra il lutto e la responsabilità, nel tentativo di salvare la città dal caos ad appena un giorno di distanza dalla morte del padre. Lei invece dopo l’assassino di Leendur e la Notte dei Fuochi ci aveva messo mesi per trovare la forza di reagire e ricominciare così a vivere. Non avrebbe dovuto giudicarla così negativamente per la sua reazione in cima alla torre e quasi si vergognò dei suoi stessi pensieri Solo allora si accorse di star stritolando le carte che aveva in mano. Allentò immediatamente la presa, preoccupata. Quei documenti erano fondamentali, informazioni cruciali sulla Vecchia Quercia che andavano preservate ad ogni costo. Striò quindi con cura i fogli stropicciati, pregando di non averli rovinati troppo. ‘Appena posso dovrò scrivere una copia di queste lettere…’ pensò. La guardia davanti a lei non la degnò di uno sguardo e, se anche la sentì sistemare le varie carte, la ignorò. Constatato di non aver provocato alcun danno permanente, Ga’jwe si lasciò andare in un sospiro di sollievo. Finalmente i gradini cessarono e il suo accompagnatore spalancò una piccola porta di legno. Appena fuori, due lancieri montavano la guardia. Ga’jwe fece un passo e finalmente si ritrovò all’interno del tempio. Lo stacco tra lo spazio angusto della scala e la vastità solenne della Cattedrale le tolse per un attimo il fiato. La penombra era rotta dall’ultima luce del giorno che penetrava come una lama dalla grossa cupola centrale e dalle vetrate colorate che la spezzavano in un caleidoscopio di colori e di effetti. L’aria era fredda, quasi immobile, e un sottile pulviscolo galleggiava nella luce del crepuscolo. Statue di eroi e divinità la fissavano dall’alto delle loro logge e sembrò quasi che la seguissero con lo sguardo mentre si addentrava all’interno. Fu allora che lo vide, al centro della grande navata, appena sotto l’altare: Owayn, Paladino e Capitano della
Guardia, era seduto assorto in meditazione. La grande spada era appoggiata alle sue spalle sull’altare e attorno a lui dei tracciati magici disegnati sul pavimento rilasciavano una debole luminescenza bluastra. Non le ci volle molto a capire che cosa avesse di fronte. Ga’jwe deglutì, cercando di calmarsi un attimo. Si strinse i fogli al petto e avanzò, con passo insicuro, verso il Cerchio della Verità tracciato dal Paladino. Sperò solo di essere in grado di sostenere ciò che la aspettava. La loro alleanza con Emeloth e Owayn dipendeva da quel colloquio e ormai non poteva più tirarsi indietro. Avrebbe dovuto aspettarsi un Cerchio della Verità, ora sarebbe stata costretta a rivelare ad Owayn ogni cosa che lui le avesse chiesto. La vera identità di Lord Gailhart, i fatti di Elksmire, tutto ciò che sapevano sulla Vecchia Quercia… ‘Zirael, spero che tu abbia fatto la scelta giusta a fidarti di Lady Emeloth e del suo prode Paladino…’ pensò.

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Damian - 2

Avevano occupato una vecchia torre, in guerra contro i rampicanti e contro il tempo : del piccolo forte non restava che quel rudere.
Damian sollevò la spada puntandola contro il muro diroccato e roteò la lama in aria improvvisando parate e affondi, fino a quando non avvertì uno sguardo sopra di sé che lo fece volgere di scatto.
Era Nyvie : lo stava osservando poggiata contro un arco, con in braccio della fascina e sul volto un lieve sorriso.
La lunga treccia nera le ricadeva sulla spalla e sul mantello leggero.
“Hai finito prima del previsto”, disse Damian, con un’inflessione indispettita.
Nyvie sembrava divertita : reclinò leggermente il capo, socchiudendo gli occhi.
“…Zirael..”, disse infine, con aria come intenerita.
Il giovane rimase interdetto.
“Zirael…zirael significa ‘rondine’ nella vostra lingua”, riprese lei, depositando per terra la legna.
L’apprendimento dell’elfico proseguire ma il ragazzo non era che agli inizi.
“E’…un soprannome?”
“Un modo per nascondere la tua identità. E un soprannome, sì”, puntualizzò lei.
Damian fissò il terreno, poi la spada.
“Si usa tra la tua gente dare soprannomi?”, chiese ancora.
Nyvie lo guardò in un modo che Damian amava e odiava allo stesso tempo : gli occhi che le brillavano, un velo di superiorità divertita.
“No, assolutamente.
E’ qualcosa che ho appreso vivendo con gli uomini : voi ne siete quasi ossessionatI.
Al Nord un nome è scelto secoli prima della nascita, determinato secondo regole che voi definireste rigidissime e destinato a rimanere tale per sempre.
Ogni nostro nome racchiude passato e destino di chi lo riceve o, più semplicemente, il ruolo che dovrà ricoprire.
Gli uomini invece amano improvvisare. Si illudono di poter cambiare i fatti insieme alle parole, come se un nome potesse alterare la storia che precede la loro venuta al mondo.
Da cui titoli, cariche, nomi non ufficiali….tutti modi di liberarsi del macigno del passato”.
Si fermò come a pensare.
“Ho conosciuto un contadino di nome Baynal, anni fa…” – riprese – “..e sono abbastanza sicura sia ancora un contadino”.
Si fece silenzio.
“Nyvie è solo un frammento del mio nome, nel caso te lo stessi chiedendo, e troveresti la sua storia parecchio noiosa”, sbottò ridendo, vedendo che l’avversario partiva già al contrattacco.
Damian provava una certa soddisfazione in quelle schermaglie verbali, in effetti.
Lei aveva un’esperienza e una conoscenza del mondo impossibili da compensare, ma la lingua tagliente del giovane e la sua pervicacia rendevano ogni sfida un divertimento reciproco.
“In ogni caso sembri avere un certo talento, buona agilità e ottimi riflessi. Hai ripensato a quello che ti ho detto, immagino”, aggiunse a bassa voce e quasi distrattamente mentre accendeva il fuoco.
Damian annuì, guardando le fiamme.
Nyvie sospirò. Già conosceva la sua decisione, e ne temeva le conseguenze; si adagiò contro un moncone di colonna e ravvivò le fiamme.
“Non..non è un’avventura, Damian. Non ci sono solo poeti e taverne dove andremo.
Vivremo alla giornata, nascondendoci come fossimo braccati.
Se si tratterà di difendere un villaggio da banditi e ottenerne un compenso, lo faremo.
Se si tratterà di saccheggiare un cadavere in cerca di qualche moneta, lo faremo.
Saremo quello che non sei mai stato : ospiti sgraditi dell’Aeckland e….", si interruppe, interdetta.
Il ragazzo aveva ripreso a ruotare la lama, imitando a tratti le movenze della maestra, ignorando totalmente le sue parole.
“Mi stai ascoltando?”, chiese con un piglio infastidito.
Per tutta risposta lui si volse fingendosi stupito.
“Dicevi a me? Credevo parlassi con Damian”.
Ora era lui ad avere quell’espressione di superiorità e Nyvie lo studiò per qualche istante, sorpresa.
“Scusa, Zirael. Ti stavo solo consigliando di alzare quella guardia”, sorrise, sconfitta.

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Omirvan

La notte volgeva al termine.
Non era facile rendersene conto là dove lo Squarcio aveva sventrato anche la parete del cielo e le stelle sanguinavano fioche infinitamente lontano, ma i Kel’iman ci riuscivano istintivamente.
Lithud aveva conferito con Artemis tutto quel tempo, come parte del suo addestramento.
Avevano trovato un luogo appartato sopra un crinale, tra le macerie di un’abitazione, e lì avevano avevano praticato l’arte magica per ore.
Alla fine la ragazza era crollata a terra per la stanchezza.
“Migliori a vista d’occhio”, sentenziò il maestro mentre si sedeva.
“Ma ricorda che la tua grandezza si misurerà non nella capacità di controllare, ma di liberare quello che hai appreso”.
Artemis annuì, ansante, e chinò il capo.
“Non credo di avertene mai parlato, ma…prima che lo Squarcio si spandesse con questa rapidità, quando ancora ero giovane, era tradizione portare i nuovi stregoni della tua età tra le rovine di
Omirvan”.
La ragazza ebbe un sussulto. Aveva sentito solo delle vecchie storie su quel posto e il maestro aveva sempre evitato l’argomento.
“Ne hai sentito parlare, vero?”, le sorrise. “In effetti la nostra gente ha sempre avuto una riverenza sacra per quel luogo. Ne confabulava anche ai miei tempi, come fosse un segreto. Devi sapere che neppure gli esploratori si spingevano oltre le sue mura : era appannaggio di chi aveva la forza della magia nel sangue attraversarne i cancelli, e farsi carico di quello che vedeva. Oggi è una meta irraggiungibile. Lo Squarcio si spande più in fretta, e spingersi più ad Ovest equivarrebbe a morte certa”.
Artemis era ora divorata dalla curiosità.
“Perché Omirvan?”, chiese.
“Per ammonire i nuovi stregoni, io credo. Ricordargli il nostro senso nel mondo”.
Lithud fece una pausa, congiungendo le mani.
Respirò l’aria fredda della notte, crucciato, e prese a parlare.
“Avvicinandosi alla città l’orizzonte scompariva; il sole, il cielo e le stelle si fondevano in una luce cremisi e soffusa alle estremità della terra.
Le storie che mi raccontarono allora parlavano di un grandissimo mago vissuto nella città : avrebbe lanciato un incantesimo di immenso potere nel tentativo di salvarla dalla devastazione”.
Artemis sapeva bene come finivano questo genere di storie.
“Le sue conoscenze dovevano essere errate, o la sua magia non sufficientemente potente. L’effetto fu molto diverso da quello che sperava di raggiungere.
La città avrebbe dovuto essere divorata dallo Squarcio, ma non lo fu.
Restò come intrappolata in un crepuscolo tra i piani, rossa come l’orizzonte che la destava”.
“..destava?”
“Sì. Varcare alla mattina la soglia della città era uno spettacolo straordinario.
Gli archi, i palazzi, i grandi canali azzurri che ne tagliavano i viali, stoffe e ceramiche sui tavoli, tutto era intatto. E…le persone, Artemis.
Immobili, immobili come statue, ma erano là, indistinguibili da quelle reali.
I miei maestri mi dicevano di non toccare quelle figure, o di non tentare di destarle : dicevano che erano solo una proiezione confusa che lo Squarcio gettava sul nostro mondo, come il nostro sul suo.
E’ impossibile dire quello che provai tra le mura di quella città.
Piansi, lo ricordo bene, piansi a lungo : solo quel giorno realizzai cosa avevamo perso.
La vita, la gioia, la pace.
Capii che quelle che provavamo noi erano solo ombre strappate alla tenebra.
Camminammo in una sorta di stupore ammaliato per ore.
Ci spostavamo sotto le grandi torri dalle cupole dorate, tra i portici ombrosi e i drappi scostati dal vento quando Omirvan cominciò a sprofondare nella luce cremisi.
All’inizio della giornata era stato solo un bagliore sull’orizzonte, ma con il passare delle ore esso diventava più e più forte, riflettendosi nelle fontane e sui volti di uomini e donne.
Insieme al giorno la città riviveva le sue ultime ore, in un ciclo impossibile da spezzare.
Gli astri erano morti, al loro posto la luce tetra dello Squarcio.
Le figure cominciavano a mutarsi, il silenzio spettrale veniva rotto da un fragore basso e terrificante, remoto.
Tutto cambiava in maniera impercettibile : non appena i miei occhi ritornavano su un punto ecco che esso era divenuto irriconoscibile.
Le sagome si affastellavano per strada, spesso l’una sull’altra, disperate nella fuga; ai lampi cremisi sulla strada iniziava a mescolarsi il sangue, le fontane si disseccavano, creature dello Squarcio popolavano la città dilaniando carne e pietra.
Fu….terribile, e veloce. Con le ore la città cambiava aspetto, precipitando nel tormento e nella disperazione : una visione sfigurata fino ad essere irriconoscibile.
Durò a lungo, ma si arrestò. All’avvicinarsi della notte anche le ombre si placarono, in attesa di una nuova alba.
Noi restammo in meditazione tutto quel tempo, devastati nel corpo e provati dalle energie magiche che pervadevano la città.
Vagammo poco per Omirvan da quel momento, e per un motivo.
Gli uomini, vivi o morti, avevano cominciato a fissarci. I miei maestri dicevano che uno dei miei predecessori aveva perso la sanità tra quelle mura, che stavo vivendo una prova. Dalle finestre, dalle porte spezzate, dagli usci, dalle strade vedevamo balenare gli occhi sbarrati, terrorizzati, enigmatici di un popolo che precipitava nell’abisso e che ci guardava come estranei, a interrogarci.
Ultimi bagliori prima che le tenebre confondessero ogni sagoma e ogni corpo, predatori e prede.
Non credo che in quei corpi fosse più coscienza, ma la sola possibilità mi fa sanguinare il cuore…”, scosse il capo.
Artemis era confusa e, turbata. Non capiva cosa ci fosse da imparare.
“Perché Lithud? Quale era il senso di tutto questo?”
Il maestro si era fatto di nuovo meditabondo.
“Io ne ricavai tre insegnamenti, Artemis.
Il primo è che i nostri antenati conoscevano la magia che li avrebbe distrutti.
Il secondo è che la nostra mente è affascinata in maniera terribile dalle forme d’ombra generate dallo Squarcio.
La terza, e la più importante, è che la devastazione che ci circonda non è il nostro passato più di quanto non sia il nostro futuro”.

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Epilogo : Draven
di Simone

Calano le ombre su Elksmire. Gli ultimi riflessi vermigli si ritirano dalle acque della città vecchia, le cime delle torri dell’Accademia si lasciano scorrere addosso gli ultimi bagliori arancioni. Un carro coperto trainato da due cavalli sta lasciando senza fretta la città, come se il conducente stesse aspettando qualcuno. Un piccolo manipolo di uomini del Re marcia lentamente nella direzione opposta, senza badare troppo al trasporto. Draven sta seduto con le redini fra le mani, parte insieme a provviste, coperte e poco altro; un mantello da viaggio bruno, il cappuccio sollevato e il volto coperto da una sciarpa, questa volta solo per il freddo. Superata l’ultima porta il suo sguardo si ferma su uno scorcio del lago, dove tutto aveva avuto inizio. È ora di prendersi una pausa. Un cavallo sbuffa mentre avanza al passo. Draven tende una mano verso l’otre poco dietro di lui, un fruscio, una voce. “Non è un po’ presto per quello?”
Draven sogghigna. “Iniziavo a pensare che non saresti venuta.”


Due giorni prima aveva deciso di partire. Mentre la Gilda iniziava a sgomberare i locali e l’armeria per trasferirsi all’esterno della città, Draven aveva recuperato la cassa di monete, le spade cerimoniali e ciò che restava delle sue cose. Si era procurato un carro da viaggio, cavalli e provviste, e soltanto il giorno dopo era andato a parlare con Clifford.
“Bel mantello. Tornerai?” La voce del monco era ferma, ma dalla sua espressione traspariva un’ombra di nostalgia.
“Molto probabilmente sì, ma non so nemmeno io fra quanto tempo.”
“Allora fai buon viaggio, e guardati le spalle.” Clifford ghignò.
“E tu mandami a chiamare, se ti serve una mano.” Quella che seguì fu una stretta di mano fra compagni, fra pari. Un arrivederci.
Stava lasciando la Gilda quando era stato fermato dalla voce piuttosto seccata di Irilen. “Te ne andrai senza salutarmi?”
“Tornerò, prima o poi.” Ma non ne era così sicuro.
“Sarebbe bello tu tornassi vivo, qualche volta. E intendo vivo, non con un piede nella fossa o con qualche parte mancante.”
“Non sto andando incontro a bestie strane, cavalieri d’acciaio né Ravensword impazziti, questa volta.”
“Beh sarà meglio per te, Maximilian.”
Draven sorrise. “Parto domani al tramonto, se ti interessa.”
“E perché dovrebbe?” Irilen si voltò e sparì in un frusciare di mantello.


“Hai avvertito Clifford, almeno?” Draven sbuffa divertito.
“Non serve, è abbastanza sveglio da capirlo da solo.” La mezzelfa si siede alle spalle di Draven, appoggiando la schiena alla sua. “Almeno spero.” Ridono.
“Non pensi mai che avresti potuto fare questo viaggio anni fa?”
“Era troppo rischioso con Berolt ancora in vita, lo sai bene.”
“E cosa intendi fare dopo?”
Draven si volta e osserva l’espressione dell’amica, che gli sorride di rimando. “E dopo chi lo sa. Potremmo anche non tornare indietro. Non sarebbe la prima volta che mentiamo a Clifford.”
Le ultime luci si dileguano dal cielo, una torcia viene accesa sul carro. Irilen prende l’otre, ne ruba una sorsata e si sdraia nel poco spazio concesso dal carico.
“Fa un effetto strano alla luce del fuoco.”
“Che cosa?” Chiede, anche lo immagina benissimo.
“L’occhio. Quello di vetro.”
Attraverso la palpebra Draven tasta la piccola palla trasparente nella sua testa. “Non penso riuscirò ad abituarmi tanto facilmente. Spero solo di non spaventare troppo mia sorella, quando mi vedrà.”

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Danart e Tomellin

Tomellin si chinò sul tappeto di foglie secche, scostando con il guanto la terra fresca dalla pietra nera della tomba.
Danart stava ritto, alle sue spalle, chiuso in un largo mantello, la lama poggiata al suolo.
“Uno splendido discorso”.
Meno di un’ora prima la cattedrale si era stretta nella commozione sotto le parole austere e malinconiche del Ravensword che piangeva la tragedia di un padre e di un figlio spenti anzitempo.
Tomellin lesse il nome delle vittime sulla pietra e sorrise.
Sepolti insieme.
“Ironico che la morte abbia unito quello che la vita ha sempre diviso.
Nature tanto diverse, eppure entrambe incapaci di cambiare il proprio destino”, proferì, sovrappensiero.
Il Principe lo guardava un po’ contraddetto, d’altronde il suo rapporto con quel Lord era sempre stato incomprensibile.
Per lui quei giorni erano stato convulsi, odiava la città e non vedeva l’ora di abbandonarla.
L’ombra cupa di Berolt non aveva lasciato Elksmire e l’atteggiamento di Tomellin, la morte di Stanmore, la mezz’elfa, la ricomparsa del Rhonys, il Maestro delle Spie, il comportamento di Thorn cozzavano tremendamente nella sua testa.
Tutto questo gli ricordava perché odiasse tanto la Corte e tutto il suo apparato; odiava il mondo di silenzi e ambiguità che la circondava. Non era quello per cui era nato, no.
Era venuto fin là solo perché Bertram gliel’aveva chiesto come un favore personale.
Dannazione, Isohmel aveva persino sorriso!
Ancora una volta i Ravensword gli sembravano una famiglia maledetta dal destino.
Ebbe un lampo. Aveva detto qualcosa di simile a..Ga’jwe? Possibile?
Ristette, pensoso. Si sarebbe voluto sotterrare anche lui, ora.
Non poteva perdere il controllo in questo modo. Dov’era sparita poi, lei? Fuggita con tutto quell’oro? Chissà dove…
In fondo la capiva, anche lui non vedeva l’ora di andarsene. Lui era Principe, ma in catene.
“Che ne è dello scudiero di Stanmore? Voglio dire, il cavaliere, il ragazzo?”, chiese Danart, “non l’ho visto alla funzione”.
Tomellin rispose con un’occhiata :
“Si chiamava Athelstan, sì.
Ho imposto personalmente che il suo nome non fosse confuso insieme all’onorevole memoria di Stanmore. Devi sapere che ho interrogato a lungo la servitù del mastio e gli accompagnatori del Barone mentre tu passavi il tempo bevendo. Ho il fondato sospetto che sia stato personalmente coinvolto nell’incomprensibile comportamento del mostro di Jormund”, disse, con tono grave. “Forse un’altra vittima di se stesso”, aggiunse.
Danart chinò il capo, accigliato.
Rimasero ancora poco tempo tra le foglie secche del cimitero.
“E’ tempo che io torni a Shaldorn Hold, Tomellin”, disse infine, andandosene via con pensieri neri.
Il Ravensword rimase ancora un po’ di fronte alla lapide, fissando le lettere che componevano il nome di Doran.
Un tempo lo odiava, ora stava provando qualcosa di più simile alla pietà nei suoi confronti.
Fece come per dire qualcosa alla terra, ma si trattenne; il suo volto si era fatto tetro e, alzatosi, percorse il viale.

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Wolfried - Veterano in terra straniera

“CARICAAA!” gridò il generale Grandeiss e un istante dopo centinaia di zoccoli battevano rapidamente il terreno polveroso tra il Terzo Reggimento di Cavalleria di Midhall e il fianco dell’esercito reale stanziato a Tharnam, già impegnato frontalmente dalla fanteria dell’Unione.
Quando si accorsero dell’onda equina che si stava per abbattere su di loro era ormai troppo tardi. I cavalieri tagliarono la formazione dell’esercito reale come un coltello fa col burro.
Presto intorno a Wolfried non c’era che un mare ululante di metallo e carne. Gridando a sua volta, faceva scattare la sua lancia avanti e indietro colpendo ogni nemico entrasse nella sua portata, o qualsiasi cosa gli sembrasse tale, mentre cercava di deviare con il proprio scudo gli attacchi che vedeva arrivargli contro.
Quando finalmente lo scontro sembrava vicino alla fine, grida di terrore si alzarono intorno a lui in numero sempre maggiore. Nonostante ogni muscolo fosse dolorante, alzò la testa al cielo come altri avevano già fatto e stavano facendo, assumendo la loro stessa espressione di terrorizzato stupore.
“OCCHIO AI TRABUCCHI!” gridò qualcuno nel trambusto generale. Di colpo, come se il tempo avesse ripreso a scorrere dopo una lunga pausa, la folla dei sopravvissuti iniziò a disperdersi. Realisti e unionisti assieme, nessuno badando chi corresse al proprio fianco.
Wolfried, piegato sul collo di Weissturm, continuava a far fulminare la lancia mentre il cavallo galoppava in direzione opposta a quella da cui arrivavano i macigni.
Le ultime cose che sentì furono una forte esplosione, il nitrito disperato di Weissturm e il mondo ribaltarsi su se stesso.

Le ruote del vecchio carro cigolavano mentre percorreva la dissestata strada di campagna. Seduto alla guida un vecchio uomo con un largo cappello di paglia a schermare il volto dal sole stava fischiettando una canzone. Wolfried intonò le stesse note mentre osservava oltre gli alberi al bordo della strada dall’alto dell’irrequieto baio.
Gli tornò alla mente la prima volta che era salito in sella al cavallo durante la fiera del villaggio. Il premio del rodeo dovevano essere due grasse vacche ma nessuno si oppose alla sua richiesta di ottenere invece il cavallo e una vecchia bardatura che qualcuno aveva portato a casa dal campo di battaglia come mesto trofeo. Erano stati anni che non si era sentito così vivo come quando aveva domato Rollen.
“Uomini avanti, Wolf. Sembrerebbero soldati”
Con un cenno del capo, Wolfried fece capire al vecchio di aver intuito. Nonostante l’età, pochi riuscivano a vedere più lontano di Theo. Con un leggero strattone delle redini, spostò il cavallo fuori dalla strada e verso la vegetazione, prima di tornare a seguire il carro parallelamente. Se quelli erano soldati, era meglio evitare che riconoscessero le insegne di Midhall. Nonostante fossero passati più di cinque anni dalla guerra, Wolfried preferiva non rischiare che qualcuno lo scambiasse per una spia o lo rispedisse in patria.
Il vecchio Theo aveva visto giusto. Un gruppo formato da una decina di soldati fermò il carro e ne controllò rapidamente il carico mentre qualcuno interrogava l’anziano conducente. Wolfried rimase nel bosco, osservando la scena, finché i soldati non ebbero ripreso la propria marcia.
“Avevano qualche motivo in particolare per la perquisizione?” chiese all’uomo col cappello di paglia.
“Un controllo regimentale, nulla di nuovo” replicò l’altro rimettendo in moto il carro.
Wolfried, di nuovo al suo fianco, riprese a fischiettare una nuova canzone che aveva sentito per la prima volta cantata da Dalia, la moglie di Theo, il primo giorno in cui aveva ripreso conoscenza dopo la battaglia di Tharnam e dopo che il cocchiere con cui stava viaggiando ora l’aveva trascinato via da sotto Weissturm, gambe spezzate e il mondo una tempesta di dolore.
Una sensazione di profondo debito e dovere lo riempì quando alzò lo sguardo verso Theo, l’uomo che l’aveva salvato nonostante appartenessero a schieramenti diversi, quando i generali realisti avevano deciso di bombardare i loro stessi uomini pur di eliminare più truppe unioniste possibile. L’uomo a cui doveva la vita…
Ci era voluto tempo prima che Wolfried fosse nuovamente in grado di camminare, ancora di più prima che potesse lavorare fuori di casa. Nel giro di due anni era tornato quello di prima e giurato di aiutare e difendere il villaggio fino a che avesse ripagato il proprio debito.

Wolfried guardò un’ultima volta la lapide grigia.
“Sei sempre stato libero, amico mio. Spezza la lancia e costruisci una famiglia. Hai combattuto abbastanza.”
Le parole gli echeggiavano nella testa. Per quasi trent’anni si era rifiutato di ritirarsi, nonostante ormai sentiva il peso dell’armatura e le terre della zona erano più sicure che mai.
“Mi dispiace, Theo, ma c’è sempre una battaglia da combattere…”
Con un leggero colpo di speroni, voltò Rollen e si mise in cammino.

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Tinuìl - L'inverno sta arrivando

L’accampamento era finalmente pronto. Marwen aveva osservato attentamente lo svolgere della preparazione dal centro della radura, seduto a gambe incrociate vicino a dove sarebbe stato acceso presto il fuoco, fumando dalla sua lunga pipa. “Vieni qua, Tinuìl” chiamò l’elfo.
Senza farselo ripetere una seconda volta, il giovane accorse al cospetto dell’altro elfo e si sedette di fronte a lui. Marwen era l’ultimo della sua generazione a non aver abbandonato la spedizione e amava ripetere che non sarebbe mai andato a Nord, l’ultimo posto dove si sarebbe recato era dove si sarebbe trovato quando le gambe avessero smesso di funzionare.
Marwen, superati i 3000 anni, sembrava ancora lontano da quel giorno. Non erano rimasti molti elfi in grado di raggiungere quell’età da quando si erano aperti gli Squarci ma Marwen non dimostrava che qualche centinaio di anni in più di fronte a Tinuìl nonostante ne avesse cinquanta volte quanti ne avesse il giovane elfo. I lunghi capelli castani arrivavano ad accasciarsi sul terreno e gli occhi scrutavano le chiome diradate degli alberi che delimitavano il loro accampamento.
“Presto sarà inverno. Gli alberi sussurrano, pare sarà l’inverno più duro degli ultimi 200 anni. Forse è arrivato il momento di chiedere ospitalità agli umani. So che non hai ancora avuto l’occasione di vivere tra loro ma non temere. Conoscere le altre razze fa parte del conoscere il mondo allo stesso modo di esplorarne ogni meandro.”
Marwen incrociò lo sguardo di Tinuìl, senza riuscire a capire se l’animo del giovane era pervaso da paura, diffidenza o interesse. Nasconde troppo le sue emozioni. Troppo giovane, troppo indeciso e combattuto sui più piccoli problemi.
“Tinuìl, la natura parla e così noi ascoltiamo. Così sappiamo quando sta per arrivare un duro inverno o quando un forte temporale. Se la natura nascondesse le sue intenzioni, come possiamo prepararci a ciò che verrà?”
“Stando sempre pronti ad affrontare ogni imprevisto, maestro?” rispose il giovane.
“Se così facessimo, sarebbe impossibile vivere. Vivremmo nel terrore dell’inaspettato. L’unica cosa peggiore sarebbe se la natura ci mentisse, facendoci aspettare pioggia e portandoci siccità. Impara a comunicare e il mondo comunicherà con te, perché ogni organismo di questo mondo fa parte della stessa simbiosi.”
“Farò tesoro di ogni suo insegnamento, maestro” disse Tinuìl alzandosi e congedandosi con un inchino.
Impara a parlare e ad ascoltare mio giovane amico, prima che il mondo ti travolga.

Era fatta. Arrotolando la pergamena, Finae si alzò dalla roccia in cima alla collina per portare la mappa a Marwen perché valutasse il suo lavoro quando dal nulla ecco sbucare una figura che le saltava addosso. Sobbalzando, Finae gettò un grido.
Gli elfi alla base della collina volsero gli sguardi verso Finae per vederla era impegnata a colpire con i pugni la schiena di Tinuìl che se la rideva a crepapelle. Senza troppa sorpresa, tornarono ai loro doveri.
Stupido cretino, si comporta come se ancora non fosse che un bambino e non ci fossimo mai uniti alla spedizione! Giuro che è l’ultima volta che te la faccio passare liscia!
“Dopo cinque anni di viaggi nella natura selvaggia, ancora ti fai cogliere impreparata!” disse con un ghigno Tinuìl.
“Se preferisci, la prossima volta sarò pronta. Ma non lamentarti se poi dovrai farti estrarre un pugnale dal costato!” rispose stizzita Finae.
“Sempre che tu riesca a colpire me invece che tu stessa…” replicò l’altro.
Finae sentì le guance bollire. Sono una mappatrice, non una guerriera! Chiunque può brandire un’arma ma non tutti sono in grado di diventare abili mappatori come maestro Colfen e tutti dicono che ho il talento per superare anche lui! Ciò non toglieva che chiunque era in grado di usare un’arma tranne lei. Per qualche motivo, ogni volta che partecipava ad un addestramento finiva per ferire qualcuno o fare pessime figure, al punto che solo gli addestratori ormai le si avvicinavano durante gli allenamenti e solo per rispetto del dovere.
Serrando le labbra lanciò un’occhiataccia a Tinuìl. Esile e slanciato, il giovane indossava uno dei completi mimetici da scout, e i mossi capelli rossicci non facevano che aiutarlo nel nascondersi nella foresta autunnale. Anche se avesse saputo che stava per balzarle addosso, probabilmente sarebbe stato comunque difficile notarlo.
“Non dovresti essere di guardia?” sbottò Finae.
“Sono appena tornato e ho pensato di passare a farti un saluto. Avessi saputo che eri di pessimo umore, sarei andato a salutare Anuan.”
Anuan, quella spocchiosa. Solo perché faceva parte della spedizione da qualche anno in più di loro, trattava Finae con condiscendenza dandole sempre consigli su come mappare questo e come mappare quest’altro. Potrei mappare quello che mappa lei in un terzo del tempo e con il doppio dei dettagli. Tutti lo sanno ma sono troppo impegnati a farle la corte per farglielo notare.
“Mhh, ottimo lavoro anche quest’oggi direi!” esclamò Tinuìl
Tornata alla realtà, Finae si accorse che il giovane gli aveva strappato di mano la cartina. Lanciandosi contro di lui cercò di allungare le braccia per riprendersela ma piroettando su se stesso Tinuìl le fece spostare il baricentro e la mandò a terra.
“Tutto a posto Finny?” la schernì allungandole la mano per aiutarla ad alzarsi.
Rifiutandola, Finae si accovacciò e saltò addosso a Tinuìl, sbilanciandolo e finendo per far cadere entrambi in un groviglio di membra che iniziò a rotolare come una valanga giù per il dolce pendio della collina.
Finae non capì più nulla, con il mondo che roteava e loro che rimbalzavano contro i piccoli alberi o sfondavano gli arbusti che crescevano sull’altura. Quando finalmente il mondo si era fermato, Tinuìl era piegato in due dal ridere ma finalmente aveva mollato la presa sulla mappa.
Rialzandosi Finae si scrollò di dosso foglie e rametti lanciando fulminanti occhiate verso il giovane e con un irritato “Sei un bambino ed un idiota, Tinuìl Narwa! [Narwa = testarossa]” si riprese la mappa e incamminò verso la tenda di Marwen.

Presto sarebbero giunti alla città di [I wish I knew some city names]. L’autunno era ormai giunto alla sua fine e la tinta bianca che copriva le montagne aveva ormai coperto la cima delle vicine colline.
La pioggia battente che aveva iniziato a scendere poco prima che sorgesse il sole, aveva già impregnato i suoi vestiti infradiciandolo fino al midollo oscurava l’orizzonte in ogni direzione, seppur Tinuìl sapesse dalle vecchie mappe cosa lo circondava. Il bosco che avevano percorso scendendo da nord si protendeva ancora un po’ verso ovest e sud per poi dare spazio a vaste pianure mentre ad est sapeva che grosse vette aguzze tagliavano l’orizzonte.
Rabbrividendo, Tinuìl sapeva che dovevano sbrigarsi o la pioggia sarebbe diventata neve e non avevano abbastanza provviste per sopravvivere l’ulteriore durata del viaggio che un terreno innevato sarebbe costato. Un paio di giorni e sarebbero arrivati. Uno di più al massimo. Secondo Marwen perlomeno.
La città di [inserire ancora nome] era una buona tappa per fermarsi l’inverno poiché avrebbero comunque potuto mandare spedizioni a controllare lo Squarcio a qualche decina di chilometri da essa, appena l’inverno avrebbe mostrato clemenza.
Le orecchie di Tinuìl percepirono un rumore sordo in lontananza, senza che però riuscisse a capirne la direzione. Sembrava provenire da ogni parte e da nessuna. Se iniziano anche a cadere fulmini, sarà meglio stare lontani dalla cima degli alberi, pensò preparandosi a scendere. Ma l’ultimo sguardo che Tinuìl lanciò verso l’orizzonte lo trattenne.
Nonostante la maglia fosse appiccicata alla sua schiena dalla pioggia, Tinuìl riusciva a percepire il sudore scendergli in gocce ancora più fredde. Osservando ancora verso ovest e sud, le nubi sembravano in distanza essersi diradate nonostante sembrasse che piovesse così forte da essere buio.
“Tinuìl, non partire…”
La voce di sua madre echeggiava nella sua testa.
Fare parte della spedizione dei mappatori era il suo sogno da sempre così come lo era per molti altri elfi del suo villaggio e di altri. Prima o poi tutti si ritiravano a Nord, al sicuro, ma Tinuìl era cresciuto con le storie delle gesta di Gaendrin Lungopasso e Vuidas Lama del Fulmine, i due elfi che si ribellarono ai loro padri e abbandonarono il Nord per affrontare i mostri dello Squarcio invece che nascondersi da loro, di come Yuris l’Intrepida aveva creato la prima spedizione di mappatori per tenere traccia dei luoghi dove si erano aperti Squarci e di Qarras l’Ardito, che aveva guidato un esercito di centinaia di elfi oltre lo Squarcio per distruggere il mondo delle creature e non aveva mai fatto ritorno.
In cinque anni di viaggio, Tinuìl e la spedizione avevano potuto osservare altre tre volte l’espansione dello Squarcio ma non poteva dimenticare ciò che aveva visto ad Highrock. Nel giro di una notte lo Squarcio aveva percorso chilometri ricoprendo il cielo sopra l’altopiano e la fortezza, iniziando a vomitare liquami neri. A decine e decine di chilometri era possibile vedere la pioggia di pece cadere sulla città e su ciò che la circondava e dalla pece sorgeva come formiche dalla tana una quantità innumerabile di nere creature che si spargevano per le terre circostanti e il vento portava con sé un profondo rombo. Tinuìl aveva ancora incubi quando ripensava a quel giorno.
Oltre le nubi, il cielo era nero come il catrame che riversava nel mondo, oscurità interrotta solo da striature cremisi e scarlatte che assomigliavano ad una macabra aurora. Lentamente il terreno sotto di esso veniva completamente ricoperto dalla sostanza fino a che non esisteva più un orizzonte, solo una finestra affacciata sull’oscurità.
Un boato percosse la terra e l’oscurità iniziò a ribollire. Un altro boato e il ribollio si fece ancora più forte fino a che enormi bolle iniziarono a scoppiare, lasciando al loro posto figure di diverse forme indefinite. Figure che iniziarono a marciare fuori da ciò che ormai era corrotto verso di Tinuìl e gli altri.
Voci gridavano vicino a lui e alle sue spalle, le voci degli altri membri della spedizione che organizzavano la fuga. Tinuìl sapeva che si sarebbe dovuto unire a loro ma il suo copro era paralizzato dal panico, lo sguardo fisso sulle bestie che si avvicinavano.
Ora era in grado di distinguerne alcune. Bestie quadrupedi, bestie striscianti, bestie con ogni numero di zampe possibile e con corpi dalle forme più disparate, tutte che rilucevano nere e rosse nella pioggia.
Alcune erano già vicine al limitare della foresta quando il suo corpo decise di sbloccarsi ma non come Tinuìl voleva. Maldestramente il giovane cercò di scendere l’albero finendo per perdere l’equilibrio e ritrovandosi con solo i rami ad attutire la caduta fino al terreno fangoso.
Completamente dolorante, si alzò in piedi scrollandosi di dosso parte della melma che lo ricopriva e si guardò attorno. Erano tutti spariti. Era colpa sua, lo sapeva. Non potevano rischiare tutta la spedizione per una persona troppo lenta a fuggire.
Devo correre, fu l’unico pensiero che pervadeva la sua mente e le obbedì. Puntando verso nord, dove gli altri probabilmente aveva tentato di fuggire, iniziò a percorrere il bosco più rapidamente possibile.
Lo Squarcio ha praticamente divorato anche le zone che abbiamo battuto ieri… Non possono non essersene accorti, stanno correndo in bocca alle bestie!
Distrarsi fu una pessima scelta. Una creatura quadrupede simile ad un centauro ma con chele simili a quelle di uno scorpione al posto delle braccia e la testa da serpente lo caricò dal fianco, spedendolo contro un albero.
Tinuìl provò a rialzarsi ma la sua gamba destra non sembrava in grado di sostenere alcun peso e protestava ad ogni suo tentativo di stare in piedi mandandogli atroci fitte di dolore attraverso tutto il corpo. Provò una seconda ed una terza volta mentre la bestia lo osservava come un gatto osserva un topo ferito e che sa già non avere più scampo.
Il rumore di una corda che vibrava ed un sibilo. Sul petto della bestia apparve una freccia. Ed un’altra. Alla terza la bestia vacillò emettendo un ululato stridente.
Sibilo. Sibilo.
Quando la creatura crollò Tinuìl era ormai un puntaspilli.
“Tinuìl, stai bene?”
Un elfo dai corti capelli biondi lo raggiunse, arco alla mano e cercò di aiutarlo ad alzarsi.
“Grazie a te, Erainon. Ce ne sono infiniti altri da dove arrivava e credo di essermi slogato una caviglia. Devi correre ad avvisare gli altri, stanno fuggendo in direzione di altre bestie! Corri ad avvis…”
L’altro elfo teneva lo sguardo a terra e le nocche della mano che stringeva sempre più forte l’arco si sbiancarono.
“Erainon, corri ad avvisare gli altri!” ripeté Tinuìl, con voce tremante.
Erainon afferrò il braccio di Tinuìl, se lo passò sulle spalle e tirò in piedi il giovane elfo.
“Erainon, lasciami! Gli altri… Le bestie arrivano da ogni lato!”
“Non dalle colline. Sono la nostra unica speranza.” Replicò Erainon e iniziò a camminare verso est trascinandosi dietro Tinuìl.
Tinuìl cercò di insistere ma sembrava inutile. Zoppicando su una sola gamba cercava di tenere il passo di Erainon, faticando sempre di più quando il terreno iniziava a guadagnare pendenza. Camminarono per interminabili minuti, scheletri di alberi senza foglie che venivano sostituiti lentamente dalle prime conifere.
Gettando lo sguardo alle proprie spalle, il sangue si gelò nelle vene di Tinuìl. Una massa nera si muoveva come uno sciame di enormi formiche nel bosco. Marwen. Anuan. Finae! Dove diavolo siete?! Siete riusciti a scappare nelle colline?
“Sono andati.”
La voce di Erainon, che sembrava leggergli nel pensiero, colpì come una lama.
“Abbiamo provato a fuggire verso nord. Ero nelle retrovie. Li ho sentiti gridare. Gridare che le bestie erano davanti a loro, gridare di tornare indietro. Gridare di dolore. Sono scappato come un codardo. Faccio parte della spedizione e sono fuggito, lasciando gli altri a morire. Sono un codardo.”
Tinuìl volse lo sguardo verso l’elfo che guardava fisso il percorso avanti a loro. Lacrime li correvano sul volto.
“Ho visto la bestia prima di vedere te. Stavo per fuggire verso le colline da solo. Forse gli dei volevano concedermi una seconda occasione facendomi guardare nuovamente la bestia. Quando ti ho visto, mi sono sentito i piedi pesare come fossero di piombo. Non potevo fare nulla per gli altri ed è comunque imperdonabile sia scappato. Se ti avessi abbandonato, non mi sarei potuto considerare migliore di uno schifoso drow.”
Zoppicare richiedeva a Tinuìl la sua massima concentrazione rendendolo incapace di proferire parola. Non che avesse nulla in mente da dire. Sembrava di essere in un incubo, uno di quelli provocati dal pensare agli Squarci prima di addormentarsi. Se non fosse stato per la certezza che non si sarebbe svegliato.
“Cerca di andare verso le montagne” disse dopo un periodo di silenzio Erainon. Si erano fermati. “Io cercherò di distrarli. Saranno troppo impegnati a seguire me per cercarti tra le montagne. Prendi questo, ti aiuterà a sopportare il dolore, almeno per un po’.”
Tinuìl prese la piccola sfera che Erainon gli porgeva. Una miscela di erbe antidolorifiche e curative. Ancora scosso, posò lo sguardo sull’elfo, ricevendone in cambio uno che voleva essere rassicurante ma colmo di tristezza.
“Va’, Tinuìl. Va’ e mettiti in salvo. Oltre le montagne ci sono accampamenti umani. Avvisali dello Squarcio. Va’, ora, in fretta!”
Spinto da Erainon, Tinuìl mosse qualche passo.
Vieni Tinuìl Narwa. Vieni e sarai al sicuro.
Erainon continuava a guardarlo ma non aveva parlato. La voce proveniva dalle montagne.
Svelto, o sarà troppo tardi.
Confuso, Tinuìl ingerì la piccola sfera amara e il dolore sparì dal suo corpo. Con un ultimo sguardo all’altro elfo, iniziò a camminare verso le montagne.
Vieni da me.
Seguendo la voce, Tinuìl camminò senza sosta zoppicando leggermente. Quando si voltò nuovamente, ormai al limitare tra colline e montagne, Erainon era sparito ma le forme nere continuavano a sciamare alle sue spalle in ogni direzione, seppure in maggior concentrazione verso sud.
Presto Tinuìl dovette trovare un passo di montagna per procedere, rallentando ulteriormente. Devo proseguire. Se mi fermo sono morto. Ma a questo passo mi raggiungeranno comunque. Finae, mi dispiace.
Rischiando di scivolare e spezzarsi l’osso del collo cadendo lungo il pendio della montagna, accelerò il passo più che poté, tornando a quello precedente subito dopo.
Dannata neve, se non mi uccidono le bestie ci penserà lei. Come diavolo posso sperare di sopravvivere con questo freddo e senza cibo. Marwen, se solo avessi ascoltato. Stringendosi nel mantello, continuò a mettere un piede davanti all’altro.

La neve era rosa nella luce del tramonto quando Tinuìl vide la grotta. L’apertura era stretta ma grande abbastanza perché riuscisse ad infilarcisi dentro. L’interno era più spazioso, abbastanza per contenere più persone, e più caldo.
Con lo stomaco che gli si attorcigliava dalla fame, si raggomitolò a terra. Troverò domani qualcosa da mangiare. Se sarò ancora vivo.
Il sonno arrivò rapidamente.
Quando si svegliò il giorno dopo, la caviglia aveva ripreso a fargli male. Non mangio da un giorno e sono zoppo. La condizione migliore per andare a caccia. Senza dimenticare come diamine faccio a stanare qualche animale in letargo con questa neve. Figuriamoci riuscire a trovare legna per un fuoco.
Il leggero rumore di piccoli passi sulla neve lo fece voltare verso l’apertura della grotta. Una volpe bianca ricambiava il suo sguardo. Alle sue zampe una lepre.
Mangia.
Tinuìl esitò.
Muoviti a mangiare se non vuoi morire di fame.
Muovendosi lentamente, Tinuìl si avvicinò alla volpe che lo guardava immobile. Allungò con calma una mano verso la lepre e di scatto la portò a sé.
Un fuoco…
Mangia!
Tinuìl guardò la lepre, la volpe e nuovamente la lepre. Immagino che non abbia altra scelta. Estratto un pugnale, iniziò a scuoiare la lepre, sangue che cadeva sulla fredda pietra fumando. Mangiò. Lo stomaco troppo vuoto per rivoltarsi dal disgusto della carne cruda e del sangue che gli colava addosso, Tinuìl mangiò la lepre.

Il sole estivo faceva rilucere la neve che ricopriva permanentemente le montagne in una maniera che avrebbe abbagliato chiunque ma non Tinuìl. I suoi occhi ormai erano più che abituati al riflesso luminoso, allenati in duecento anni che era ormai rintanato in cima alle montagne.
Iniziava finalmente a comprendere veramente alcuni dei segreti della montagna. Ovviamente aveva richiesto il suo tempo, ma come Ninque gli aveva insegnato, la pazienza è l’unico mezzo per imparare.
Seguendo i suoi insegnamenti, Tinuìl stava nascosto dietro una grossa pietra, in attesa che la sua preda fosse indifesa. Muoviti, vai in cerca di cibo, signora mamma aquila.
Come obbedendo, il grosso rapace spiccò il volo lanciandosi nella quotidiana sessione di caccia mattutina. Tinuìl prese una palla di neve ed attese finché non si era sciolta. Ora è il momento, la signora mamma è abbastanza lontana dal nido. Sgattaiolando fuori dal suo nascondiglio, l’elfo si avvicinò al nido del rapace. Tre uova giacevano al suo interno. Direi che fino a stasera posso stare tranquillo.
Come se avesse attirato su di sé la malasorte, un grido echeggiò tra i picchi. Oh, oh. Sembra che mamma aquila si sia accorta di me, pensò Tinuìl afferrando rapidamente le uova e iniziando a correre verso la propria tana. Non che sperasse di avere qualche chance di battere un’aquila in velocità.
L’uccello fu presto sopra di lui, attaccandolo con artigli e becco mentre Tinuìl si difendeva con un solo braccio il volto. Oh e che diamine, lasciami in pace, dovrò mangiare pure io!
Con un tonfo, l’aquila cadde a terra congelata. Ninque me la farà pagare per aver usato la magia. Inutile provare a nasconderlo, tanto vale portargli il pennuto come dono di scuse.
Afferrando con la mano libera le zampe del rapace, Tinuìl si rimise in cammino fischiettando verso la grotta.

Tinuìl entrò nella grotta. La vecchia volpe raggomitolata all’estremità alzò la testa e afferrò la lepre che le veniva tesa.
Gettando lo sguardo verso l’esterno, Tinuìl si soffermò per l’ennesima volta a guardare le quattro figure congelate. Grosse statue di ghiaccio, alte più di due metri e ricoperte di neve, nascondevano quattro bestie. Quattro bestie che avevano raggiunto il suo nascondiglio quella notte ma che il gelo aveva fermato salvandogli la vita.
Tinuìl non aveva mai temuto particolarmente il freddo. La maggior parte degli elfi in fondo fuggiva a Nord, per vivere tra i ghiacciai. Non lo aveva mai temuto ma sempre rispettato, rispettato in quanto minaccia.
Ora, conosceva tutto dell’inverno. Conosceva tutto del gelo. Ora sapeva che erano pericoli maggiori per le bestie che per lui e aveva intenzione di utilizzarli per ricacciarle da dove erano venute o distruggerle una volta per tutte.
Ninque gli aveva insegnato ogni cosa su come sopravvivere ed usare il freddo a proprio vantaggio. Tinuìl aveva perso ormai il conto degli anni che aveva passato a vivere nelle montagne. Un elfo ed una volpe ultrasecolari. Aveva imparato tutto, ora doveva metterlo in opera.
Erano passati centinaia di anni dall’ultima volta che aveva parlato con un’altra persona. Il pensiero lo turbò un attimo. Sapeva di non essere più in grado di mentire, in fondo, quando vivi secoli con una creatura telepatica, è difficile nascondere la verità. Ma era giunto il momento di abbandonare le montagne e di mettere in atto il suo piano. Non avrebbe lasciato che qualche imbarazzo nel relazionarsi con altri potesse impedirgli di fermare lo Squarcio e le sue bestie.
Gettò un ultimo sguardo verso la vecchia volpe. Sembrava dormire. Una volpe più piccola stava divorando la lepre che aveva portato.
Addio amica mia. Grazie di tutto.
La piccola volpe si fermò a guardarlo con la testa piegata da un lato mentre Tinuìl usciva dalla grotta.
“Andiamo Hriive. Ci aspetta un lungo cammino.”

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Eris - Presagi nel vento
di Madda

Il freddo si era fatto pungente, negli ultimi giorni.
Così vicino alle pendici delle montagne, che si innalzavano come guardiani solenni e incombenti al loro cammino, il sole arrivava più tardi in mattinata e scompariva più presto nel pomeriggio; Eris non aveva mai visto altro che non distese sterminate di pianura, fino a qualche settimana prima, e ora non poteva che sentirsi soffocare dalla vicinanza così opprimente dell’orizzonte.
Lithud aveva deciso che si sarebbero fermati vicino al confine con la contea di Elksmire per accamparsi. Il vecchio Stregone non aveva detto niente, ma Eris sospettava che fosse perché sperava che Artemis li raggiungesse presto. Anche lei lo sperava, ma nello stesso tempo trovarsi così vicini a quelli che erano stati i loro carcerieri la metteva a disagio.
Il gelo le entrò nelle ossa, e lei rabbrividì: nonostante il cielo fosse sereno, il vento forte che spirava da est spazzava le montagne portando verso di loro dei residui di neve dalle vette, che imbiancavano l’erba e le tende.
Il vento sembrava anche portare un’aria di cattivi presagi: spirava un’aria di attesa e di magia da nord-est. Eris non poteva non temere per la sorte della Stregona e dei suoi strani compagni.
Asriel sbuffò di fianco a lei. Era stata una caccia ricca, quel giorno: tra lei ed il leopardo erano riusciti a catturare due cervi e qualche coniglio. Eris lasciava sempre che Asriel si nutrisse delle sue prede, spartendo il bottino equamente, ma nonostante questo tutta la carne che aveva trovato avrebbe riempito lo stomaco di tanti fratelli e sorelle.
«Eris!», una voce la chiamò dai confini dell’accampamento, e lei distolse l’attenzione dalle montagne. Gen, un uomo alto e robusto, che come lei era andato a procacciare del cibo quel pomeriggio, le stava facendo segno di avvicinarsi. «Lithud vuole parlarti, è nella tenda dei Popoli», aggiunse. Adocchiando il cervo sulle sue spalle, la sacca gonfia e il muso insanguinato di Asriel, sorrise: era un gigante buono, recentemente padre di un bambino magrolino e piagnucolone. «Complimenti, ottima caccia».
Eris lo ringraziò con un cenno del capo, e poi sospirò. Di solito se Lithud voleva parlare con lei allora c’erano guai in vista.
La tenda dei Popoli era una struttura un po’ più grande delle altre. La pelle di cervo copriva un’area grande quanto una piccola stanza, e un buco in mezzo al soffitto permetteva al fumo del fuoco di uscire senza soffocare nessuno. Poteva contenere cinque, sei persone al massimo; fino a qualche generazione prima la occupavano solo gli Stregoni per discutere del destino del Popolo. Ora che gli Stregoni erano solo due, di tanto in tanto anche gli anziani della tribù presiedevano alle discussioni.
In quel momento era vuota, salvo la figura curva e raggrinzita di Lithud: i tatuaggi neri e contorti si dipanavano sul petto nudo e smunto dello Stregone, disegnando figure oniriche, animali, piante. Scomparivano sotto la stoffa dei pantaloni, coprendo ogni angolo della pelle dello Stregone. Eris lo sapeva: non aveva visto Lithud nudo, per carità, ma si era spesso lavata con Artemis, e anche lei era coperta dagli stessi disegni.
«Eris, siediti», disse Lithud, quando la vide sulla soglia. La sua voce era roca e stanca. «Immagino che sai perché ti ho mandata a chiamare».
Eris sedette a gambe incrociate, Asriel quieto al suo fianco. «Ho un brutto presentimento, Maestro», ammise la ragazza. «Qualcosa si è messo in moto, qui. Percepisco più magia dello Squarcio da est che da ovest, e questa non è una cosa che ritengo normale».
Lithud annuì, lentamente. Faceva tutto lentamente, negli ultimi tempi, e la prigionia non lo aveva certo lasciato incolume: nuove rughe ne solcavano la fronte abbronzata.
«Artemis sta cercando di venire a capo della situazione. Quello che ho visto compiere dagli uomini di Elksmire non mi piace, Eris: temo che stiano giocando con qualcosa che non capiscono appieno». La mano ossuta sfiorò distrattamente il ciondolo che aveva al collo: era un vecchio amuleto con due serpenti intrecciati ad otto.
«Quindi cosa dovremmo fare?».
«Vegliare, bambina. Vegliare, ed essere pronti ad intervenire se Artemis avesse bisogno di noi». Così dicendo, mosse la mano: partendo dal polso, sull’avambraccio, seguendo il percorso delle vene, una piccola biscia nera gli correva fino alla spalla. Si mosse quando la sua mano si mosse, scivolando fuori dalla sua pelle e sul pavimento della tenda.
«Vai», sussurrò Lithud alla biscia. «Cerca Artemis, e veglia su di lei. Torna qui, se succede qualcosa». La biscia annuì, sibilò qualcosa che Eris non riuscì a comprendere, e si dileguò.
«Credete che sia abbastanza, Maestro?»
«Non lo so, Eris», sospirò Lithud. «Me lo auguro. Ora vai: aiuta tua madre a preparare la cena».
Eris annuì. Si alzò, si inchinò allo Stregone, e uscì dalla tenda. Non si accorse che, nelle ombre gettate dalle fiamme, i tre triangoli scolpiti in uno dei cerchi dell’amuleto stavano brillando debolmente.

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Carahlad

Ga’jwe si avvicinò alla capanna. Era bassa, di legno scuro, con la porta spalancata.
Al suo interno distingueva una figura : gli dava le spalle, china su un vecchio bancone, completamente assorta in qualunque cosa stesse facendo.
Fece timidamente qualche passo sulla terra battuta, gettando qua e là occhiate al giardino rigoglioso e composto che circondava la casa quando il padrone di casa si bloccò, per poi voltarsi, come avesse percepito la sua presenza.
Era un uomo dal volto duro e i capelli raccolti dietro il capo, con gli occhi velati, diversissimi da quelli dei maestri che Ga’jwe era solita conoscere.
Prese il suo bastone e le si fece incontro. “Ga’jwe…giusto? Io mi chiamo Caralhad”, le disse con un sorriso un po’ triste, chinandosi e porgendo la mano alla bambina.
Lei contraccambiò, imbarazzata.
“Sono contento Leendur ti abbia mandato qui…prego, entra pure, questa è..questa è casa mia”.
Era tradizione che durante la loro educazione i giovani druidi soggiornassero per più tempo presso un maestro diverso, onde non rimanere intrappolati nei dettami e nelle credenze di un pensiero specifico.
Caralhad era stato il secondo Maestro di Ga’jwe.
Soggiornò presso di lui per sei mesi, durante i quali egli si occupò principalmente di insegnarle a trattare erbe medicinali, distillare decotti e riconoscere le proprietà di fiori e radici.
Era un druido particolare, Carahlad : la maggior parte dei druidi aveva cominciato l’addestramento guidato solo dalla propria natura e dal destino, portato alla vita del bosco da prima ancora che potesse averne memoria. Lui invece no.
Leendur non parlava molto degli altri Maestri e del loro passato ( perché come Carahlad ce ne erano altri ), ma aveva fatto capire a Ga’jwe che venisse da lontano, da terre abitate dagli uomini, da centri ben più grandi dei villaggi al limitare del bosco.
La bambina era intimidita e un po’ attratta da quel druido, eppure più volte si ritrovarono a parlare sotto la luce delle stelle e il Maestro non si sottraeva alle domande.
Gli descrisse i luoghi da cui veniva come freddi e pericolosi, aridi e talvolta bui, anche se le sue descrizioni non erano fisiche; sembrava aver avuto relazioni più forti della conoscenza con altre persone, e sapeva trattare una bambina della sua età con attenzioni che gli altri druidi non avrebbero mai compreso, come non fosse stata la prima che educava.
Quando il periodo presso di lui terminò si salutarono con un abbraccio, e , per quanto Ga’jwe mantenne la sensazione di non averlo compreso fino in fondo, lo ricordò sempre con un affetto reverenziale.
Si rividero da quel giorno, alcune volte : di tanto in tanto la vita dell’Ordine portava i druidi a riunirsi, ma il vecchio Maestro sembrava amare quel velo di riservatezza e tristezza : non le disse molto, ma fu felice di conoscere Vento d’Estate.
Non lo vide nell’ultima notte nella foresta.

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Non è il nostro modo di fare

Tomellin richiuse la porta con dolcezza.
La luce filtrava attenuata attraverso le tende scure, lasciando l’ambiente in una penombra soffusa.
Il paladino lo attendeva dall’altra parte della stanza, la lama d’acciaio adagiata contro la parete.
“Thorn! ", gli si fece incontro Tomellin, sfilandosi il guanto e stringendogli la mano.
Fatto questo, crollò su una sedia a sua volta, protendendosi in avanti.
Attese un poco e prese a parlare.
" Sai, inizio a rimpiangere la vecchia Elksmire.. Berolt era un folle, ma, come dire… ", si sfregò le mani.
“.. sì, immagino sarebbe accaduto ugualmente. Solo questione di tempo, come tutto. Oggeryn non aveva la fibra di suo padre…E ora la Corona è solo più forte ".
Il paladino lo ascoltava in silenzio, senza muovere un muscolo.
“Perché tutto questo, Tomellin?”, rispose con uno sguardo di fuoco, indicando la pareti della stanza.
L’avevano costretto lì da ore.
Tomellin ridacchiò per poco, fino a quando non realizzò di non poter vincere l’atteggiamento del cavaliere.
Abbassò lo sguardo, con un sospiro.
" Ci tengo a te, Thorn", disse con un tono di voce diverso, d’un tratto serissimo.
“Ci conosciamo da quando eravamo ragazzi.. ", intercalò, " È che..il tuo comportamento ha destato sospetti e questa volta neppure io credo di poterti difendere. Voglio dire… il sangue di un Ravensword, e di un Barone…questa non è una faccenda di poco conto ..".
Thorn replicò: “C’è un motivo per cui l’Ordine disprezza i costrutti di Jormund, Tomellin.
Eppure.. Stanmore ha ignorato questa come tante altre delle nostre regole, delle nostre leggi, e persino dei nostri consigli : ha scritto il proprio destino da sé”.
Cadde il silenzio.
Il nobile sembrava interdetto.
“… Tutto…. Tutto qui? ", disse inarcando le sopracciglia.
" Voglio dire… Ieri notte avevi il compito di trascrivere le missive, gestire la tesoreria ed istruire la guardia. Mi sembra tu abbia portato a termine solo uno dei tuoi compiti, paladino".
“Avevo bisogno di riflettere, il mastio di Berolt non è un buon luogo per meditare”, rispose tagliente.
Tomellin si poggiò lentamente contro lo schienale, il legno che scricchiolava.
Lo fissava, come a studiarlo.
“Eppure… Sei sempre riuscito a conciliare i tuoi riti con il tuo servizio, almeno fino a questa notte…La prima notte in cui sei venuto meno ai tuoi obblighi” – soppesò, come sovrappensiero – "Hai votato di servire verità e giustizia, Thorn. Tu ci riporterai solo la verità, quando arriverà il momento, giusto? ", chiese con un leggero sorriso.
Thorn annuì con lentezza ieratica.
" Splendido! ", disse, alzandosi, “Volevo soltanto chiarire questo a me stesso.
Ti dirò quello che potevi solo immaginare : Stanmore era una promessa per la Corona, un tentativo di pacificazione, e, per quanto incontrollabile, era sotto istruzione di Re Bertram. Ora che è morto la mia famiglia cercherà… una compensazione, Thorn. Non so chi dovrà giustificare questo fallimento. Forse Isohmel stessa, perché no? Sai che sono rabbiosi come mastini, e tu le sei sempre stato molto fedele”, suggerì con malizia.
“Speravo di tenerti fuori le contese della nostra Casata, ma sappi che difficilmente usciremo tutti illesi da questa storia.
Se conosco la mia gente, ti assicuro che insieme al sangue di Stanmore ne scorrerà altro, fino a quando il debito non verrà ripagato. L’importante è che sia sangue ", disse, come a stuzzicarlo.
Si avvicinò alla porta e la aprì.
“Avrei.. avuto piacere di parlare con gli assassini di Berolt, ma ho saputo che hanno tutti lasciato la città, ad eccezione del ladro”, aggrottò la fronte, “.. ma la Gilda non ci avrebbe mancato di rispetto, ora e in questo modo, e lui ha passato la notte in Accademia”.
Thorn continuava a tacere, come non capisse il nesso.
“Riflettevo..alla fretta che hanno avuto… Per raggiungere.. Auglire, magari? Ti sei fatto un’idea al riguardo? ", indugiò, con tutta l’aria di provocarlo.
“Abbi almeno il coraggio di affrontarmi in campo aperto, Tomellin, se proprio intendi farlo”, rispose il paladino fremendo.
“Io? No Thorn, no. Non è il nostro modo di fare”, sorrise, fissando uno scudo recante lo stemma della Casata di Berolt ancora affisso alla parete.
“Noi non abbiamo neppure bisogno di combattere”, sorrise.
Thorn lo guardò allontanarsi.

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